Quando si colpisce una divisa, si indebolisce lo Stato
22 Jul 2026
La tutela di chi serve il Paese è una garanzia per ogni cittadino.
Ci sono momenti in cui il silenzio sarebbe la scelta più semplice.
E ci sono momenti in cui tacere significherebbe rinunciare a difendere uno dei principi più importanti dello Stato di diritto.
Quanto accaduto a Bologna impone, prima di ogni altra considerazione, rispetto per una vita che si è spezzata e piena fiducia nell’operato della Magistratura, chiamata ad accertare i fatti con serenità, imparzialità e rigore.
Ma proprio perché crediamo nella giustizia, non possiamo accettare che un appartenente alle Forze dell’ordine venga condannato prima ancora che la giustizia abbia parlato. Negli ultimi anni assistiamo troppo spesso allo stesso copione: pochi secondi di un video, ricostruzioni parziali, giudizi affrettati, migliaia di commenti e una gogna mediatica che si abbatte su uomini e donne che, fino a prova contraria, hanno semplicemente svolto il proprio dovere.
Non è questo lo Stato di diritto.
La verità si accerta nelle aule di giustizia, non nelle piazze virtuali e non nei tribunali dei social. Dietro ogni uniforme c’è una persona. C’è un finanziere, un carabiniere, un poliziotto che ogni giorno lascia la propria famiglia senza sapere cosa troverà durante il servizio. C’è chi interviene quando gli altri si allontanano. C’è chi affronta violenza, criminalità, emergenze e tensioni assumendosi, in pochi istanti, responsabilità enormi per garantire la sicurezza di tutti.
Servire lo Stato significa accettare il peso delle proprie decisioni. Ma non può significare essere lasciati soli. Chi indossa una divisa ha il dovere di rispondere delle proprie azioni. Ma ha anche il diritto di essere giudicato con equilibrio, nel rispetto delle garanzie previste dalla legge, senza essere trasformato nel colpevole di turno per soddisfare la ricerca di una verità immediata. Difendere questo principio non significa invocare privilegi. Significa difendere la dignità della persona e la credibilità delle Istituzioni. Perché la presunzione di innocenza non può valere solo per alcuni. Deve valere anche per chi rappresenta lo Stato. Le Forze dell’ordine non chiedono impunità.
Chiedono rispetto.
Chiedono strumenti adeguati, formazione, tutele giuridiche, sostegno istituzionale e la certezza che lo Stato non le abbandoni proprio quando stanno svolgendo il compito che lo Stato stesso ha affidato loro.
Uno Stato autorevole non si limita a pretendere il sacrificio dei propri servitori. Li sostiene, li tutela e, se necessario, accerta con rigore eventuali responsabilità individuali, senza mai trasformare il sospetto in una condanna preventiva. Perché ogni volta che una divisa viene delegittimata senza prove, non viene colpito soltanto un uomo o una donna.
Si indebolisce la fiducia dei cittadini nelle Istituzioni.
Si incrina il rapporto tra lo Stato e chi ogni giorno lo rappresenta.
Si rende più difficile il lavoro di migliaia di servitori dello Stato che, con senso del dovere e spirito di sacrificio, garantiscono sicurezza, legalità e libertà.
USIF continuerà a difendere questi principi con equilibrio, responsabilità e senso delle Istituzioni. Perché la tutela di chi indossa una divisa non appartiene a una parte politica.
Appartiene allo Stato.
E uno Stato che non ha il coraggio di difendere i propri servitori, finisce inevitabilmente per indebolire sé stesso.
Uno Stato forte non è quello che pretende il sacrificio dei propri servitori. È quello che ha il coraggio di proteggerli mentre servono il Paese.










