NON FIRMEREMO UN CONTRATTO CHE CERTIFICA L’IMPOVERIMENTO DEL PERSONALE
04 Jul 2026
Editoriale del Segretario Generale USIF - Vincenzo Piscozzo
Ci sono firme che chiudono una trattativa.
E ci sono firme che segnano una resa.
USIF quella firma non la metterà.
Negli ultimi mesi abbiamo costruito un percorso fondato sul confronto, sullo studio e sulla responsabilità. Abbiamo ascoltato il personale, analizzato i dati economici, sviluppato proposte tecniche e partecipato con spirito costruttivo a ogni tavolo istituzionale.
Nulla è stato improvvisato.
Ogni posizione assunta è il risultato di una precisa strategia sindacale, costruita con metodo, competenza e visione.
Lo scorso anno abbiamo sottoscritto il rinnovo contrattuale perché ritenevamo che, in quel contesto storico, fosse un atto di responsabilità.
Oggi quello stesso senso di responsabilità ci impone una scelta diversa.
Non possiamo sottoscrivere un contratto che non restituisce ai colleghi nemmeno quanto hanno perso a causa dell’inflazione e del progressivo impoverimento del potere d’acquisto.
Non sarebbe un risultato.
Sarebbe la certificazione di una rinuncia.
Il nostro non è un rifiuto pregiudiziale.
È una scelta di coerenza verso ogni appartenente al Comparto Sicurezza e Difesa.
Perché chi rappresenta il personale non può limitarsi a firmare ciò che viene proposto.
Ha il dovere di chiedersi se quell’accordo migliori realmente la vita delle persone che rappresenta.
Oggi, con onestà intellettuale, la risposta è no.
Esiste però una questione ancora più grave delle stesse risorse contrattuali.
La previdenza dedicata.
È probabilmente la più grande questione sociale che riguarda il personale del Comparto Sicurezza e Difesa nei prossimi vent’anni.
Da troppo tempo assistiamo a rinvii, annunci e dichiarazioni d’intenti.
Nel frattempo gli effetti di questa assenza stanno già producendo conseguenze concrete e sempre più pesanti sulle prospettive previdenziali del personale.
Ogni ulteriore rinvio amplia il divario tra ciò che lo Stato chiede ai propri servitori e ciò che è disposto a riconoscere loro quando termina la vita lavorativa.
Per questo USIF ritiene che non sia più possibile procedere alla firma di alcun contratto senza un impegno formale del Governo sull’avvio della previdenza dedicata.
Non bastano più dichiarazioni di principio.
Servono risorse finanziarie già individuate, tempi certi e un cronoprogramma vincolante.
La previdenza dedicata non può più essere una promessa.
Deve diventare una realtà.
Accanto a questo tema esiste un’altra battaglia che intendiamo portare avanti con la stessa determinazione.
La piena valorizzazione della specificità.
Su questo argomento preferiamo la concretezza agli slogan.
La specificità rappresenta una delle intuizioni più lungimiranti del legislatore, perché riconosce le peculiarità operative e i sacrifici richiesti quotidianamente al personale del Comparto.
Ma senza adeguati finanziamenti rischia di trasformarsi in un principio condivisibile privo di effetti concreti.
Una scatola vuota.
Le risorse destinate all’incremento parametrale sono certamente importanti, ma da sole non sono sufficienti a recuperare il potere d’acquisto perduto.
Occorre finanziare stabilmente la specificità affinché possa sostenere anche il necessario adeguamento delle indennità accessorie, ferme da oltre vent’anni, mentre responsabilità, rischi operativi e carichi di lavoro sono profondamente cambiati.
A questo deve affiancarsi una seria politica di defiscalizzazione.
Ridurre il carico fiscale sulle componenti accessorie della retribuzione significa aumentare immediatamente il reddito disponibile dei colleghi senza scaricare tutto il peso dell’intervento esclusivamente sulle risorse contrattuali.
La nostra proposta è chiara.
Più risorse contrattuali.
Previdenza dedicata.
Finanziamento della specificità.
Defiscalizzazione.
Quattro strumenti complementari che, insieme, possono costruire una risposta credibile alla perdita del potere d’acquisto che il personale subisce ormai da anni.
Le prossime settimane rappresenteranno un passaggio decisivo.
Con la predisposizione dei principali strumenti di programmazione economico-finanziaria dello Stato sarà possibile individuare nuove risorse e adottare gli interventi normativi necessari.
Sarà quello il momento in cui il Governo dovrà dimostrare se intende realmente investire sul capitale umano del Comparto Sicurezza e Difesa oppure limitarsi, ancora una volta, a dichiarazioni di circostanza.
Nel frattempo USIF ha lavorato anche su un altro fronte.
Quello dell’unità sindacale.
Con pazienza, serietà e capacità di mediazione abbiamo lavorato per costruire un fronte ampio, autorevole e coeso insieme alla quasi totalità delle organizzazioni maggiormente rappresentative della Guardia di Finanza e, progressivamente, dell’intero Comparto.
Una convergenza che rappresenta la parte largamente prevalente del personale.
Non è un’alleanza costruita contro qualcuno.
È una responsabilità costruita a favore dei colleghi.
Quando le organizzazioni sindacali riescono a superare appartenenze e differenze per difendere obiettivi comuni, cresce la loro forza negoziale e aumentano le possibilità di ottenere risultati concreti.
Continueremo a privilegiare il dialogo.
Lo faremo sempre.
Ma il dialogo non può diventare un alibi per rinviare decisioni che il personale attende da troppo tempo.
Se arriveranno risposte concrete, USIF saprà riconoscerle con il senso delle istituzioni che ha sempre dimostrato.
Se invece prevarranno ancora rinvii e promesse, il fronte sindacale che abbiamo contribuito a costruire aprirà una nuova stagione di iniziative, con la determinazione necessaria a ottenere ciò che oggi viene semplicemente richiesto:
rispetto, dignità e giustizia economica.
Un sindacato si misura nei momenti difficili.
Quando è chiamato a scegliere tra una firma facile e una posizione scomoda.
Un contratto si firma in pochi secondi.
Le sue conseguenze restano per anni.
Per questo non firmeremo un accordo che certifica l’impoverimento del personale.
Firmeremo soltanto un contratto che restituisca dignità economica, prospettive e fiducia alle donne e agli uomini che ogni giorno servono lo Stato.
Perché un sindacato non si giudica dalle firme che mette.
Si giudica dalle firme che ha il coraggio di non mettere quando non tutelano chi rappresenta.











