UNA SETTIMANA CHE HA MESSO ALLA PROVA IL SENSO DELLE PAROLE
18 Jan 2026
Quando la discussione pubblica perde misura, a pagare sono sempre i servitori dello Stato
editoriale di Vincenzo Piscozzo Segretario Generale dell’ Unione Sindacale Italiana Finanzieri
Ci sono momenti in cui il dibattito pubblico, anziché chiarire, finisce per confondere.
La settimana appena trascorsa è stata una di queste.
Il tema della sicurezza e quello delle tutele per gli operatori sono tornati al centro dell’attenzione con toni spesso esasperati, segnati da letture parziali e da una semplificazione che non rende giustizia alla complessità dei fatti. In questo clima, ogni parola rischia di essere piegata, ogni posizione ridotta a slogan.
È esattamente per questo che l’USIF ha ritenuto necessario intervenire, ribadendo un principio semplice ma fondamentale: le strumentalizzazioni non aiutano nessuno, e finiscono per danneggiare proprio chi ogni giorno opera nel rispetto delle regole e sotto il peso di responsabilità enormi.
Cutro: ciò che è stato detto, e ciò che non è mai stato detto
Sul caso di Cutro si è detto molto. Talvolta troppo.
E non sempre con attenzione.
L’USIF non ha mai chiesto scorciatoie, né privilegi, né tantomeno forme di impunità. Non ha mai messo in discussione il valore del processo, né il diritto di chiunque a parteciparvi secondo la legge. Non ha mai mancato di rispetto al dolore, alle vittime, alla tragedia.
È stato espresso rammarico, null’altro.
Rammarico nel constatare una mobilitazione ampia e compatta di soggetti pronti a costituirsi parte civile, a fronte di una assenza che continua a colpire: quella di una pari determinazione nel contrastare, anche sul piano simbolico e pubblico, le organizzazioni criminali che alimentano il traffico di esseri umani, dagli scafisti alle reti che su quel traffico costruiscono profitti e potere.
Non è una contrapposizione.
Non è una provocazione.
È una constatazione.
E constatare non significa accusare, ma chiedere coerenza.
Scudo penale: il pericolo non è la norma, ma l’uso che se ne fa
Nel corso di questi giorni, il tema dello “scudo penale” è stato spesso evocato come una bandiera, positiva o negativa a seconda delle posizioni. Ma quando un argomento diventa un simbolo, il rischio è che smetta di essere analizzato per ciò che realmente è.
Le norme si discutono, si migliorano, si correggono.
Le strumentalizzazioni, invece, lasciano segni più profondi.
Trasformare un confronto delicato in uno scontro ideologico produce un effetto noto: sposta l’attenzione dai fatti alle narrazioni, dalle responsabilità reali alle responsabilità presunte, dalle persone ai ruoli astratti. E in questo spostamento, chi opera sul campo diventa facile bersaglio.
La misura come atto di responsabilità
In una fase storica complessa, la misura non è debolezza.
È responsabilità.
Responsabilità di chi comunica.
Responsabilità di chi rappresenta.
Responsabilità di chi indossa una divisa e sa che ogni azione, anche quella corretta, può essere giudicata prima ancora di essere compresa.
L’USIF ha scelto, anche questa volta, di mantenere una linea coerente: ferma nei contenuti, equilibrata nei toni, distante da ogni tentazione di semplificazione o di consenso facile. Una linea che può non piacere a tutti, ma che risponde a un’esigenza chiara: tutelare la dignità professionale senza mai contrapporla alla legalità.
Oltre il rumore, resta ciò che conta
Il rumore passa.
Le parole restano.
E restano soprattutto nelle coscienze di chi, ogni giorno, lavora sapendo che la fiducia non si costruisce con gli slogan, ma con la coerenza; non con le contrapposizioni, ma con la credibilità; non con le scorciatoie, ma con il senso del limite.
Questa settimana ha mostrato quanto sia facile perdere l’equilibrio del discorso pubblico.
E quanto sia necessario, invece, continuare a cercarlo.
Perché difendere chi serve lo Stato non significa abbassare l’asticella delle responsabilità.
Significa impedire che venga abbassata quella della verità.
Vincenzo Piscozzo











