Attacco alla Guardia di Finanza: USIF chiama in causa la Meloni e i vertici del Governo

11 Jan 2026

C’è un momento preciso in cui il dissenso smette di essere opinione. È il momento in cui diventa violenza rivendicata, pianificata, ideologica. È ciò che è accaduto la notte del 18 dicembre 2025 a Roma, davanti al presidio di Nuovo Salario, quando autovetture private di finanzieri sono state date alle fiamme.

L’azione è stata pubblicamente rivendicata da un gruppo anarchico che ha dichiarato di aver colpito la Guardia di Finanza in quanto istituzione dello Stato, individuandola come obiettivo politico e simbolico.

Riportiamo di seguito uno stralcio testuale della rivendicazione, affinché la gravità delle parole sia chiara a chi legge:

“…In un periodo di grandi riassetti economico-politici nel mondo in cui ogni giorno si alzano nuovi venti di guerra, attaccare l’apparato militare e di controllo interno ci sembra un obbiettivo su cui rivolgere le nostre energie e capacità.

Il corpo della guardia di finanza ha da sempre svolto un ruolo importante nel controllo delle frontiere, nella formazione di polizia estera e nelle missioni di guerra, in particolare con la propria aviazione e marina militare.

Ricordiamo la missione EUPOL COOPS in Palestina, la missione EUBAM in Libia e l’impiego della GdF nell’operazione Frontex per il controllo delle rotte migratorie e dei confini europei.

Inoltre, nell’ultimo anno di mobilitazione nelle piazze per il sostegno al popolo palestinese, si è visto il numeroso impiego dei reparti mobili della finanza che, …omissis ….., hanno svolto in pieno il loro ruolo di protettori dello Stato e quindi del genocidio in corso.

Per questo e molto altro, nella notte del 18 dicembre 2025 abbiamo dato alle fiamme alcune auto private di agenti della guardia di finanza, davanti al commissariato di Nuovo Salario a Roma…”

Queste parole non hanno bisogno di interpretazioni. Definiscono con chiarezza la natura dell’attacco. Il messaggio è chiaro: non si colpisce ciò che fai, ma ciò che sei.

Dal punto di vista sociologico e psicologico, l’azione rappresenta un salto di qualità allarmante: non si contesta un atto o un servizio, ma si legittima la violenza contro chi indossa una divisa, colpendo deliberatamente la sfera privata.

Bruciare l’auto di un finanziere significa violare il confine tra servizio e vita personale; colpire la quotidianità e la famiglia; diffondere insicurezza tra tutti gli appartenenti al Corpo.

È una dinamica tipica dei processi di radicalizzazione violenta, in cui il lavoratore dello Stato viene trasformato in bersaglio permanente, anche fuori dal servizio.

USIF non osserva in silenzio: richiesta un’azione immediata. Di fronte a un episodio di tale gravità, USIF non si è limitata alla denuncia pubblica. L’Unione Sindacale Italiana Finanzieri ha formalmente richiesto un incontro urgente con il Governo, coinvolgendo le massime Autorità della Repubblica: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministeri dell’Interno, della Difesa e dell’Economia, Presidenza della Camera dei Deputati e del Senato.

L’obiettivo è chiaro e non rinviabile:

- valutare il reale livello di esposizione del personale;

- verificare l’efficacia delle misure di tutela attualmente esistenti;

- definire azioni concrete e strutturate per garantire sicurezza, protezione e riconoscimento ai finanzieri.

Per USIF, quanto accaduto non può essere archiviato come un episodio isolato, ma deve essere affrontato come un segnale di allarme istituzionale che richiede risposte rapide e responsabilità politica.

Un principio che non può essere negoziato. Difendere il dissenso è un fondamento della democrazia. Legittimare la violenza contro lo Stato e contro i suoi lavoratori non lo è.

Chi indossa una divisa non può diventare il bersaglio simbolico su cui scaricare conflitti geopolitici o ideologie radicali.

USIF rinnova la piena solidarietà ai colleghi colpiti e resta in attesa di un riscontro istituzionale, certa che la sicurezza di chi serve lo Stato non sia una concessione, ma un dovere.

Perché quando il fuoco arriva sotto casa, non è più una questione politica. È una questione democratica.