Identità, maternità e leadership

08 Mar 2026

Intervista ad Antonietta Di Martino

Dalla carriera nel salto in alto all’impegno come allenatrice al Centro Sportivo delle Fiamme Gialle: il racconto di una donna che ha trasformato lo sport in un percorso di consapevolezza, tra parità di genere, famiglia e nuove generazioni.

Nel racconto di Antonietta Di Martino, ex altista e primatista nazionale all’aperto e al coperto, lo sport non è soltanto competizione, ma un itinerario umano fatto di passaggi, trasformazioni e nuove consapevolezze.

Dalla carriera agonistica all’impegno come allenatrice, la sua storia restituisce una visione ampia del ruolo delle donne nello sport contemporaneo e la sua voce offre uno sguardo autorevole su tematiche significative: parità di genere, empowerment femminile e conciliazione tra carriera e vita privata.

«I risultati non sono mai solo individuali, ma il frutto di un impegno condiviso».

Il percorso sportivo inizia nelle prove multiple, in particolare l’eptathlon, prima di approdare al salto in alto e all’ingresso nelle Fiamme Gialle, in un periodo in cui la presenza femminile nei gruppi sportivi militari era ancora fortemente limitata.

Oggi è allenatrice presso il Centro Sportivo della Guardia di Finanza a Castelporziano, dove segue giovani ragazzi e ragazze tra i 16 e i 18 anni, collaborando, al contempo con la FIDAL.

Antonietta descrive il suo lavoro come quello di un vivaista che cura il proprio vivaio, in cui coltiva talenti e li accompagna nella loro crescita sportiva e personale.

La stessa parla dei suoi esordi e di come la sua famiglia di origine la spronasse nello sport. Il padre, racconta, la portava ovunque fosse richiesta la sua presenza, al contrario di quanto accadeva, invece, per alcune ragazze talentuose, la cui famiglia optava per la rinuncia alle competizioni nazionali, laddove divenissero più impegnative o portassero lontane da casa.

«Separare l’atleta dalla persona è stato il modo per preservare autenticità ed equilibrio».

Sposata con un collega dei Carabinieri, ex atleta negli 800 metri, e madre di un bambino di 8 anni, descrive la famiglia come un team.

Il supporto reciproco è stato determinante durante la carriera e lo è ancora oggi: i risultati non sono mai solo individuali, ma frutto di un impegno condiviso.

Dopo il ritiro, arrivato a seguito di un infortunio, ha intrapreso un periodo di servizio operativo e successivamente è arrivata la gravidanza, vissuta come un momento di grande bellezza e condivisione, accompagnata dal sostegno dei colleghi del Comando Provinciale Salerno, in cui Antonietta prestava servizio all’epoca.

Il ritiro e la maternità costituiscono per lei anche un passaggio interiore.

Antonietta, in quella fase, ha sentito l’esigenza di distinguere la dimensione sportiva da quella personale, evitando che la sua identità coincidesse esclusivamente con la performance.

Non è rimasta, dunque, intrappolata nella definizione di atleta, né si è trincerata nelle vicende di un passato sportivo glorioso; ha saputo affrontare il passaggio ad una nuova fase della sua vita in modo autentico e significativo, valorizzando la persona e le sue mille sfaccettature, in un mondo che punta a catalogare in modo settoriale.

«Essere madre non limita le ambizioni: rafforza consapevolezza e motivazione».

Oggi continua a trasmettere valori attraverso l’allenamento e la formazione, partecipando anche a iniziative formative sulla leadership e la parità di genere.

La sua esperienza racconta uno sport che educa, crea connessioni interne e contribuisce a costruire una cultura più inclusiva.

In questo contesto, essere madre non limita le ambizioni, ma rafforza consapevolezza, motivazione e ottimizza la gestione del tempo, oltre ad implementare le capacità personali di problem solving.

I ruoli non si escludono, si arricchiscono: la donna è un intreccio di aspirazioni, responsabilità e identità.

Lo sport di alto livello richiede certamente rigore e sacrificio, ma l’equilibrio personale, racconta, è ciò che consente davvero di esprimere il proprio potenziale. La stabilità emotiva e il sostegno familiare diventano elementi che rafforzano, e non indeboliscono, la carriera.

È una visione che restituisce complessità all’esperienza dell’atleta, superando l’idea di una dedizione totalizzante e isolata.

«Le donne non devono ridimensionare le proprie ambizioni, ma cercare spazi più ampi, in grado di accoglierle».

Guardando al futuro, Di Martino insiste sul concetto di “eredità”, ossia la capacità di alimentare politiche durature: investimenti nello sport femminile e nelle politiche di sostegno, maggiore presenza delle donne nei ruoli decisionali/dirigenziali e la diffusione di una cultura improntata alla partecipazione femminile a tutti i livelli del sistema sportivo.

Alle ragazze che sognano una carriera sportiva, l’ex atleta consegna un invito semplice ma potente: non ridimensionare le proprie ambizioni!

Il talento cresce con il lavoro, ma soprattutto con la fiducia. E la vera vittoria, conclude, è diventare la versione più autentica di sé, nello sport come nella vita.

Lo sport, nella sua visione, è uno spazio di crescita personale e collettiva: un’eredità che va oltre le medaglie e dimostra che si può essere atlete, madri e professioniste senza rinunciare a nessuna parte di sé.

A cura di Giovanna e Fabiola dell’Ufficio Pari Opportunità – USIF.