Quando le idee diventano armi: la lezione delle Brigate Rosse che parla ancora all’Italia
13 Feb 2026
Ieri, 12 febbraio, l’Italia ha ricordato l’assassinio di Vittorio Bachelet.
Non una semplice ricorrenza.
Non un anniversario tra tanti.
Ma una ferita che continua a interrogare la coscienza della Repubblica.
Il 12 febbraio 1980 Bachelet fu ucciso nei corridoi dell’Università La Sapienza di Roma. Non in un luogo di potere blindato. Non in un contesto militare. In un’università. In uno spazio di studio, confronto e libertà. Fu colpito perché rappresentava lo Stato: vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, simbolo dell’autonomia e della legalità democratica.
Quel delitto non fu un episodio isolato. Fu l’apice dell’“attacco al cuore dello Stato”.
Le Brigate Rosse, nate nei primi anni Settanta nel clima della radicalizzazione ideologica, passarono rapidamente dalle azioni dimostrative ai sequestri e poi agli omicidi. Nel 1974 il sequestro del magistrato Mario Sossi. Nel 1976 l’assassinio del procuratore generale Francesco Coco. Lo Stato diventava il bersaglio dichiarato.
Il 16 marzo 1978, in via Fani, cinque uomini della scorta di Aldo Moro furono trucidati. Moro fu rapito e poi assassinato dopo 55 giorni di prigionia. Con quel gesto le Brigate Rosse tentarono di piegare la democrazia attraverso il sangue.
Il 1980 fu uno degli anni più feroci. L’8 gennaio, a Milano, vennero assassinati i poliziotti Antonio Cestari, Rocco Santoro e Michele Tatulli. A Roma, nella cosiddetta “campagna dei marescialli”, furono uccisi Michele Granata, Michele Taverna e Mariano Romiti. Il 25 gennaio, a Genova, caddero il colonnello dei carabinieri Emanuele Tuttobene e l’appuntato Antonio Casu.
Magistrati come Emilio Alessandrini, Guido Galli, Nicola Giacumbi e Girolamo Minervini furono eliminati perché simboli della giustizia dello Stato.
Divise. Toghe. Servitori della Repubblica. Uccisi non per ciò che avevano fatto, ma per ciò che rappresentavano.
La logica era brutale: colpire i simboli per demolire l’idea stessa di Stato. Sostituire il confronto democratico con la violenza. Affermare che il fine potesse giustificare qualsiasi mezzo.
Quando le idee diventano armi, la democrazia diventa bersaglio.
La lotta armata è stata sconfitta. Ma al prezzo di troppe vite umane e di profonde lacerazioni nella convivenza civile.
Per questo la memoria non può essere rituale. Deve essere vigile.
Guardare il passato significa riconoscere i meccanismi che precedono le derive: la delegittimazione sistematica delle istituzioni, la normalizzazione dell’odio, la convinzione che la legalità sia un ostacolo e non una garanzia.
*La democrazia vive di dissenso. Ma muore quando il dissenso si trasforma in violenza organizzata.*
Non si tratta di evocare fantasmi.
Si tratta di comprendere che le fratture democratiche non esplodono all’improvviso: si costruiscono nel tempo, si alimentano di ambiguità, crescono nel silenzio di chi minimizza.
Ieri abbiamo ricordato Bachelet.
Oggi dobbiamo chiederci cosa significa quella memoria per il presente.
Guardare il passato serve a intercettare eventuali segnali di pericolo nel presente e a disegnare un futuro migliore.
La Repubblica ha già pagato abbastanza per sapere che l’indifferenza è il primo errore.











